Sì, allora, premessa. Inauguro un tag nuovo fiammante per questo post, ma che in realtà avevo in mente fin da quando mi sono (ri)trasferita su splinder: scrittume!*_* Ovvero il cestino cartaceo della sottoscritta. Ogni tanto (molto, molto, MOLTO tanto) è possibile che da ora in avanti vi sbatta nel blog qualche mio scribacchiamento. Se volete sorbitevelo, altrimenti (subirete la mia ira funesta) non fa niente.
Continuo ad essere convinta di non essere portata per la scrittura, ma questi sono solo dettagli.
Siccome come già sapete 300 non mi è piaciuto neanche un po', ma proprio niente niente, la prima drabble è dedicata a questo film. Ora. Tenete presente che l'ho visionato una sola volta, nel lontano marzo di quest'anno, ergo la fic non può e non vuole riprendere esattamente passo passo ogni frase detta e ogni gesto compiuto. E poi non è che una roba venuta fuori a cazzo, per via della sfida in ballo tra me e altre due comari e da qualche minuto anche con un jedi passato di qui per caso. Il lessico ricalca volutamente il fumetto originale di quel brav'uomo di Frank Miller. Fine premessa. Inizio fic.
Drabble Challenge: Confrontation
Siamo qui. In questo stretto budello, in questo minuscolo atomo d'universo dimenticato dagli dei, che oggi, solo per oggi diventa l'ombelico del mondo. Qui dove tutto si decide. Già in posizione, pronti, i sensi allertati ma il respiro calmo, modulato, di chi si prepara a qualcosa per cui deve dare tutto se stesso ma che conosce a memoria quanto le linee sul proprio palmo. Come l'atleta il momento prima del via. Siamo qui. Attendiamo, perfettamente allineati mentre la terra inizia a tremare. Scudo a scudo, spalla a spalla, e dietro altri scudi e dietro ancora altri scudi. Non siamo più uomini, siamo la macchina per la quale siamo nati, precisa, metodica, in serafica attesa di fare il suo lavoro. La terra trema, i sassolini più piccoli ai nostri piedi iniziano a ballare ad un ritmo spasmodico, disordinato. Immobili come statue sull'Acropoli, attendiamo dentro questo angusto spazio pressato tra i fianchi scoscesi due alte montagne, dove il numero non conta niente.
Prima le grida, solo le grida. All'inizio non è che una enorme nuvola bruna che s'avvicina, di quelle che si vedono arrivare da nord poco prima della tempesta, poi nella fitta cortina di sabbia e polvere iniziano a distinguersi forme umane. Caricano. Tutti assieme, urlando, le lame ricurve alzate e brandite sopra il capo, sventolate come bandiere. Sciocchi, inutili, bestie che si precipitano al macello di loro propria volontà strillando come maiali ancor prima di venire sgozzati. Le narici si dilatano. Fiutano il sangue senza ch'esso sia stato ancora sparso. L'odore di sangue è nell'aria, come un presagio: oggi non morirà nessuno Spartano.
Arrivano. La terra trema, le urla di migliaia di uomini squarciano l'aria livida come strida di gabbiani. Siamo qui. Arrivano.
«Non date loro niente» grido, sovrasto il rimbombo sulle rocce. «Ma prendete da loro tutto quanto!»
L'impatto è squassante, schiaccia la prima fila che schiaccia la seconda che schiaccia la terza che schiaccia la quarta. Indietreggiamo tutti insieme di vari metri, come un'enorme molla, i piedi affondano nel terreno, gli scudi contro il petto. Una monumentale onda marina che sbatte sulla costa rocciosa, né più né meno. Perfino il suono è lo stesso, e rieccheggia più e più volte nello stretto, ripetuto da Echo come una parodia ossessiva, sinistra. Ora tentano di sfruttare quello che a loro sembra un innegabile vantaggio; avanzando provano a costringerci ad indietreggiare ancora, sciocchi, inutili, bestie confuse che non hanno un'idea precisa di dove vogliono andare a parare. Sembra quasi di sentire la loro stupida sorpresa vibrare nel metallo quando si accorgono che non riescono a mandarci ancora più indietro. Urlano, spingono, ma non sfondano. Urlano, spingono, ma non sfondano. Pazienti, aspettiamo che abbiano finito di sfogarsi insensatamente contro il muro impenetrabile. Un momento di stallo, si ondeggia lievemente come una danzatrice che ha compiuto una giravolta troppo rapida. Si riacquista l'equilibrio, poi viene il nostro turno.
«Avanti!» urlo, e la molla si rimette in moto, tutta insieme, lenta e inesorabile, come una creatura unica perfettamente calibrata, avanzando. «Avanti!»
«Che vi prende, sottospecie di femmine?!» sento la voce di Stelios ringhiare dietro le mie spalle. «E' tutto qui quello che sapete fare? Spingete, ragazzine!»
Il suo personale modo d'incitare gli uomini è sempre piuttosto convincente. Riguadagniamo il terreno perduto, tra i muggiti esterrefatti delle migliaia di nemici accatastati contro i nostri scudi.
«Lance!» grido alla prima fila, alzando la mia sopra lo scudo. Gli altri sono già preparati, il movimento è unico, sciolto, meccanico. Improvvisamente davanti agli occhi dei persiani c'è una selva di punte alzate sulle loro teste: fanno appena in tempo a rendersene conto, che la selva è già calata trapassando i più vicini, che cadono con strilli animaleschi. Torniamo a ripararci dietro gli scudi.
«Avanti!» facciamo un passo.
«Lance!» di nuovo la selva di lame cala sugli oppositori, precisa. Di nuovo essa scompare dietro la parete di metallo. Facciamo un altro passo.
Avanziamo, ignorando gli inutili, imbelli tentativi di controffensiva che vanno a infrangersi sui nostri scudi; calpestiamo cumuli di corpi senza vita e di feriti che finiscono travolti e schiacciati dal peso di trecento uomini.
Continuiamo in questo modo per un tempo indefinibile, lunghissimo e brevissimo insieme, infine rivediamo l'uscita dal valico e la luce piena di là da essa. I nemici si sparpagliano, chi non è nelle prime file cerca di tornare indietro, di trovare scampo. Sono confusi, tentennano. Pensavano di trovarsi davanti appena tre centinaia di esseri umani e invece hanno trovato un'unica macchina infernale, un aratro di carne e bronzo che semina morte. Il puzzo di sangue e interiora esposte impregna l'aria, impregna la terra, sotto di noi, dietro di noi.
Sono in rotta. Altri nemici arrivano correndo dalle navi lontane, ma sono sparsi, isolati, caricano ognuno a proprio modo. Giunti all'imboccatura, anche noi sciogliamo le fila: per combattere contro questi cani randagi la falange non occorre. Fuori la spada, riverbero nel sole. Mi attaccano in due: non riescono nemmeno a sfiorarmi prima che li sventri con un solo movimento circolare, un passo programmato da tempo. Altri mi puntano, vado loro incontro quasi di corsa. Uno di loro tenta di attaccarmi dall'alto saltando, non è abbastanza rapido, lo atterro sfondandolo con lo scudo e quasi contemporaneamente mi libero di un altro aprendogli la gola con un movimento fluido e rapido come una scudisciata. Si ostinano a tenere alte le spade sopra la testa, sventolandole e urlando. Sciocchi, inutili, bestie.
Attorno a me i miei uomini fanno il mio stesso lavoro, non sembrano nemmeno doversi impegnare particolarmente, pare che falcino spighe di grano. Non solo non c'è un mantello rosso a terra, ma nemmeno una goccia di sangue spartano. Atterriti, gementi, circondati, i nemici si ammassano gli uni contro gli altri indietreggiando verso la scogliera. Vedono elmi, scudi, spade e ad essi appaiono loro come mostri inarrestabili, assetati, disumani; strillano come bimbe, si scavalcano, tentano inutilmente di nascondersi dietro le spalle dei compagni, cadono puntualmente e invariabilmente sotto i nostri colpi. Non abbiamo più molto da fare, sono spaventati, sparpagliati, inermi; ancora poco e non tenteranno nemmeno più di difendersi. Dobbiamo semplicemente avanzare, e loro indietreggiano. Uno o due di quelli più indietro vengono spinti dalle spalle dei compagni d'armi e precipitano urlando nel vuoto, sfracellandosi sulle rocce. Presto altri li seguono. La scelta è tra venire infilzati dalle nostre spade e lance, o dagli scogli: inspiegabilmente, la maggior parte sceglie questa seconda opzione. Ma, dopotutto, ognuno è libero di morire come vuole.