« And what is to transcend? To realize that nothing is true and everything is permitted. That laws arise not from divinity but through fate. I realize now that our creed demands us not to be free, but to be wise.»
(from Assassin's Creed)
Enry o Enrychan, età compresa tra i 18 e i 1000 anni (fate vobis). Disegna fumetti. Ama le cose epiche. Ama Assassin's Creed. Detesta i pomodori e il pesce. Legge, scribacchia, frigna, fangirla, squittisce di tanto in tanto, distribuisce morsi a destra e a manca, ma se chiedete di lei è molto più probabile che stia dormendo da qualche parte.
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X-Ray Dog Revolutionary Mix
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Con Zen in modalità fanboy impazzito inauguriamo questo tagghino nuovo, che come scrittume immagino resterà per lo più inutilizzato: fandom poco ma buono! *C* Se vi salta in testa l'insana idea di fanartare o fanficcare sui miei manghini e volete comunicarmelo, io poi segnalo la cosa qui! Carina l'idea, no? °C°v
Kyakya~ *CCC*
In primis presentiamo una bellissima novel scritta da Zen sulla vecchia doujinshi di Nemo Cain Occidat, Deep Silence! Zen è fissatissimo con Nemo Cain Occidat, non chiedetemi perché.*_*b Orbene andiamo a incominciare senza por tempo in mezzo! Buona lettura!*_*
Deep Silence
by LoZeno
Tre buchi nel vetro. Tre dannati buchi che erano fin troppo indicativi della precisione della loro mira. Chad sterzò a destra violentemente per infilarsi in sgommata nel vicoletto a senso unico e mettere in difficoltà l'auto che lo inseguiva. L'idea era buona, la realizzazione purtroppo lasciò a desiderare: appena il suo mezzo mostrò il fianco agli inseguitori, due pallottole centrarono la ruota anteriore destra, e l'auto girò su se stessa due volte fino a schiantarsi di traverso al vicoletto.
Fu un turbinio di macchie nere e rosse che ballavano un rock acrobatico e scatenato. Mentre il mondo andava su e giù come una nave in tempesta, Chad diede una spallata alla portiera e rotolò fuori dalla macchina, insozzando il suo cappotto lungo nel fango creato dalla pioggia che, incessante, calava sulla città da due giorni. Sentì l'umidità filtrare negli stivali mentre si alzava e correva appoggiandosi alla parete di mattoni.
Cercò di alzare il braccio sinistro, ma questo si rifiutò di obbedire. Dietro di sé sentì la brusca frenata degli inseguitori, le portiere che si aprivano e le urla dirette a lui mentre cercavano di scavalcare l'auto che ostruiva il vicolo. “Vi pigli un accidente” pensò, mentre si guardava la spalla sinistra e il foro di proiettile che sanguinava all'altezza della spalla.
Giunto alla fine del vicolo, si lanciò con quanta forza aveva nelle gambe attraverso la piazza. Un'auto rischiò di investirlo, e da essa partirono clacson ed insulti. Il marmoreo e gigantesco fondatore della città lo scrutava sospettoso, dall'alto del suo piedistallo, stringendo il suo librone al petto come se temesse che Chad fosse un malvivente pronto a sottrarglielo. Chad sputò un saluto alla statua, mentre cercava di vedere oltre la fittissima coltre di pioggia avanti a sé, ed estrasse la pistola dal cappotto. Con la coda dell'occhio vide una rientranza tra due edifici alla sua sinistra e ci si lanciò dentro, stringendo la pistola in pugno e digrignando i denti per soffocare un grido di dolore quando il braccio ferito, inerte, sbatté contro il muro.
«Dov'è finito quello stronzo?» sentì gridare. Chad si guardò attorno, per individuare una via di fuga. La pioggia fitta lo aiutava, ostacolando la visuale dei tizi che lo inseguivano, ma gli era di impiccio per decidere dove andare. “Quelli sono tipi insistenti” penso, con l'amaro in bocca. Non si era parlato di questo, quando gli avevano assegnato l'incarico, e lui odiava gli imprevisti. “Un imprevisto, un extra,” era la regola dentro a Berith, “e questo merita un extra più che sostanzioso, che diavolo!” Decise di tentare l'effetto sorpresa: probabilmente i suoi inseguitori a quest'ora, non vedendolo più, avevano abbassato la guardia quel tanto che bastava a far loro sbagliare il primo colpo di pistola, e lui si era ripreso abbastanza dal capogiro da potersi permettere un altro scatto.
Chad controllò per bene il tragitto fino alla congiunzione con l'altra piazza, almeno per quel che la pioggia gli consentiva; poi, tamburellando le dita sull'impugnatura della pistola, inspirò a fondo, e si lanciò più veloce che poté in quella direzione. «Ecco lo stronzo!» urlò qualcuno alla sua destra. Chad allungò il braccio verso la direzione della voce e mormorò «Complimenti, hai vinto un orsetto!» prima di sparare due colpi.
Padre Robert si levò i paramenti e si sfilò la veste da cerimonia fischiettando un motivetto leggero. Fuori dalla canonica, grosse ed insistenti gocce di pioggia colpivano ripetutamente il vetro della finestra, e pochi lampi illuminavano tetramente la città. Il parroco aprì l'armadio e vi appese le vesti, sempre fischiettando, poi voltandosi disse con tono gioioso:
«Buona serata!» Chiuse le ante dell'armadio per poi stirarsi a lungo le braccia. Mentre si avvicinava alla porta della cucina si strofinò la mano sui corti capelli biondi e sbadigliò a lungo. «C'erano pochi fedeli alla messa di oggi,» riprese, «un vero peccato!» Padre Robert spense il fuoco sotto un pentolino in cui ribolliva dell'acqua, quindi andò alla dispensa in cerca di una scatola di tè. «Forse era per colpa del tempo. Anzi, quasi di sicuro!» continuò, guardando il crocefisso. «Magari potresti far smettere di piovere domani!» Sorridendo sotto ai suoi baffetti biondi sottili, intinse più volte la bustina del tè nell'acqua, mentre continuava il suo dialogo con il Cristo: «Non si possono biasimare più di tanto, in fondo. E' vero, questa chiesa è freddina, e con questo tempaccio se uno è delicatino di salute fa bene a starsene in casa al caldo... »
Un rumore improvviso, forte, come di un mattone che si spacca, fece sussultare il parroco. Padre Robert saltò in piedi e attraversò di corsa la canonica, dirigendosi verso la chiesa.
Un gargoyle osservava spazientito il cupo svolazzare del cappotto di Chad attraverso il piazzale sotto di lui. L'uomo salì la gradinata dell'imponente costruzione neo-gotica saltando i gradini a due a due. «Di là! Il bastardo è di là!» un proiettile rimbalzò contro uno scalino, troppo vicino per non convincere Chad a ringraziare la dea Fortuna della pioggia. Senza fermarsi, sparò gli ultimi colpi rimasti nella pistola per coprirsi l'ingresso nel portone.
«Ma non vi stancate mai, voialtri?» mormorò a denti stretti mentre attraversava il salone buio. L'eco dei suoi passi risuonava nella sala, che doveva essere molto ampia, e nonostante il battere incessante della pioggia riusciva a sentire gli uomini dietro di lui mentre salivano la gradinata. Quando i suoi occhi si furono abituati alla penombra, si accorse che stava correndo in mezzo a due file di panche di legno disposte ordinatamente e tutte rivolte verso la direzione in cui correva. Chad rallentò bruscamente quando si accorse che poco avanti, un po' sulla destra, torreggiava su di lui la statua di un santo barbuto, che lo guardava col capo storto in un'espressione di compassione (o compatimento?), e con le mani giunte in gesto di preghiera.
“Sono in una fottuta chiesa!” Pensò. Si guardò attorno cercando una via di fuga o un angolo in cui proteggersi. Mentre ancora girava su se stesso, sentì spalancarsi una porta a sinistra dell'altare, e voltandosi vide un prete smilzo e biondo, con dei buffi baffetti corti che gli tendeva la mano e gli faceva gesto di avvicinarsi:
«Vieni, da questa parte!» gli urlò il prete, col volto teso e palesemente nervoso, «Muoviti!» Chad corse verso di lui, strizzando gli occhi per cancellare il bruciore dato dal sudore che gli colava dalla fronte. Padre Robert gli appoggiò una mano sulla spalla, mentre con l'altro braccio teneva aperta la porta: «Di qua, corri! Vai verso destra, poi chiuditi dentro e...»
«Padre, ma lei è pazzo?» lo interruppe Chad, scostando la mano del prete dalla sua spalla, «Ma lo sa chi sono quelli?»
«Eccoti, piccolo bastardo!» squittì una voce rovinata dal troppo tabacco dietro di lui. Chad e Robert ruotarono di scatto, e videro tre uomini fermi al margine della penombra, tutti con le pistole puntate verso di loro. «Hai finito di correre come un pollo?»
“Effettivamente sì”, pensò Chad. Solo che oltre ad aver finito di correre, aveva finito anche i proiettili. “Ecco cosa si prova dall'altra parte della canna... posso scordarmi di morire tra le cosce di una donna.” Spacciato per spacciato, decise di giocare il suo ultimo bluff: alzò la pistola verso il più vicino dei tre, cercando di mantenere un sorriso sicuro. «Avete proprio tutta questa voglia di morire, stas...» Qualcosa fermò il movimento della sua pistola. Chad sussultò quando si accorse che si trattava della mano del pretino smilzo, il quale si stava frapponendo tra lui ed i tre assassini. «Padre!?» sussurrò, «Ma che diavolo!...» Il parroco allargò leggermente le braccia ed aprì le palme delle mani, coprendo completamente l'uomo ferito con la sua figura. I tre uomini ebbero un attimo di smarrimento, ed abbassarono leggermente le armi. Chad, che osservava la scena dalle spalle del prete, si ritrovò contemporaneamente a pensare ad una sequela di insulti rivolti all'idiozia di quel sacerdote e a ringraziare che al mondo esistessero ancora tali stupidi.
«Scusate se mi intrometto...» iniziò quasi timidamente padre Robert, «...ma cortesemente, posso chiedervi di non spargere sangue in questo luogo?» A queste parole, il più alto dei tre uomini armati si fece avanti tra i suoi compari sbraitando:
«Padre, levati dai piedi!» i suoi compari continuavano a tenere le armi puntate nel caso Chad avesse tentato qualche mossa azzardata; puntando la pistola oltre la spalla del sacerdote, il primo continuò: «Tu non hai nemmeno una vaga idea di chi stai difendendo!»
«Chi sto difendendo?» la domanda era genuina, non sarcastica. Sul volto di padre Robert era sparito il sorriso, ma l'espressione che aveva assunto era indecifrabile, né risoluta né spaventata, né allegra né infuriata. «A me pare molto ovvio: sto difendendo un uomo.»
«Basta!» urlò l'intruso, «questo è l'ultimo avvertimento!» Il criminale puntò la pistola contro la fronte del prete, spingendo come se avesse voluto far penetrare l'arma nel suo cranio. «Spostati, padre! O finirai a recitare il rosario direttamente in faccia alla Madonna!» Così dicendo spinse un'altra volta la fronte di Robert con la pistola. Questi però non si spostò: rimase a fissare la mano dell'uomo che lo minacciava con la stessa marmorea espressione. I denti dell'intruso scricchiolavano violentemente mentre costui lottava visibilmente dentro di sé contro un dilemma insormontabile.
Dopo un istante lungo come l'ultimo respiro di un morto, uno degli altri intrusi appoggiò una mano sulla spalla di quello che stava minacciando Robert: «Metti via il cannone, Liam...» gli disse, con la voce incerta, «nel piano non c'è spazio per un prete morto.» Liam abbassò la pistola con un sospiro, il volto ancora teso ed i denti stretti. Fece due passi indietro insieme al suo compare, mentre il terzo arretrava più lentamente sempre tenendo il prete e Chad sotto tiro. «Per ora questo bastardo se la cava,» disse l'ultimo intruso a Robert, «ma aspetta solo che faccia un passo fuori dalla tua chiesa... e bang!»
«Hai capito, stronzo?» rincarò la dose Liam, mentre usciva con il compare che quasi lo trascinava, «sporgi il naso fuori da questa porta,» sbraitò, indicando il portone con la canna della pistola, «e ti squarto come il porco che sei! Capito? Ti smembro! Ti stacco le palle, figlio di una troia!»
«Sempre a vostra disposizione, signori!» replicò Chad, alzando la voce per farsi sentire. Non appena fu sicuro che i tre assassini si erano allontanati, si mise di fianco a padre Robert e gli appoggiò la mano sulla spalla. Fu allora che si accorse che il corpo del prete tremava, quasi violentemente. Stupito, e un po' preoccupato, lo guardò in faccia, e vide che il prete stava piangendo copiosamente. «Oddio... Ma cosa...» Chad posò entrambe le mani sulle spalle del sacerdote mentre lo fissava per capire che gli fosse successo. Ma questi fissava un punto nel vuoto, come se non lo vedesse.
«Me la... me la sono fatta sotto...» riuscì finalmente a dire Robert, stringendo gli occhi per trattenere i singulti.
«Te la sei fatta...» Chad scattò indietro, guardandolo con l'espressione più stupita che mai gli fosse riuscita. «Ma prima... ma tu...» balbettò, indicando prima lui, poi alle sue spalle. La pistola gli cadde di mano, mentre riorganizzava i pensieri. Lentamente, cercò a tastoni dietro di lui la panca più vicina e ci si accasciò. Tutto poteva immaginare, tranne che un assassino potesse scambiare per coraggioso un prete pietrificato dal terrore. E soprattutto, mai avrebbe coscientemente affidato la sua vita a una situazione del genere.
«Finito.» Padre Robert si alzò per rimirare la sutura che aveva fatto alla spalla dell'uomo che aveva salvato. «Un lavoro perfetto, direi» commentò mentre tagliava il filo con le forbici; «dì quello che ti pare, ma sono proprio un bravo infermiere, non ti pare?» sfoderò il più smagliante dei sorrisi mentre guardava il suo paziente. Chad però non riusciva a ricambiare il sorriso; anzi, non riusciva neanche a guardarlo in volto. Il sacerdote però non ci badò, e continuò a parlargli in tono tranquillo, come se non avesse appena avuto una pistola carica puntata alla fronte: «Sei fortunato, è una ferita da poco: appena superficiale, e il proiettile non è rimasto dentro. Però domani dovrai vedere un dottore vero! Ti ci accompagno io, così sto sicuro che ci vai.» Chad lo scrutò alzando le sopracciglia: certo che più pazzi di così era difficile trovarne, perfino tra i preti.
«Quelli di prima,» disse, cercando di impostare un discorso serio con la persona meno seria di quella città, «hanno ragione. Lei non ha idea di che genere di uomo sia la persona che ha appena salvato, padre.»
«Perché? Sei per caso un V.I.P.?» chiese Robert, mentre metteva via il suo ago nella cassetta del cucito. Poi, mentre si sedeva, gli si illuminò il volto: «Ah, se è così, voglio il tuo autografo! Me lo fai? Lo appendo in canonica...» Chad abbassò il capo e chiuse gli occhi, in rassegnazione. Impossibile... quell'uomo era impossibile. Alzando il capo, vide la sua pistola appoggiata su tavolo di fianco al parroco, e gli venne un dubbio:
«Mi dica, padre,» iniziò, appoggiandosi allo schienale, «tutti i frequentatori della sua chiesa girano con una pistola?»
«Oh no, assolutamente no!» rispose quasi offeso Robert. «I pochi ma buoni frequentatori di questa piccola casa di Dio, fortunatamente, non sentono la necessità di portarsi dietro un'arma.» Robert prese la pistola e la esaminò da vicino. «Caspita! Pesa più di quel che mi aspettassi.»
«Eppure... non mi è sembrato per nulla sorpreso quando mi ha visto nella navata della chiesa con quella in mano. Dica, non è che ne usa una lei?»
«Ma va'!» la risata di Robert risuonò forte nella canonica. «Ma sentitelo! No, non mi azzarderei mai. Immagino però che sia normale per un professionista portarsi sempre dietro lo strumento del mestiere.»
«Professionista?...»
«Sì... il disegno del Sacro Cuore di Gesù, qui, sul calcio...» col dito indicò a Chad l'immagine impressa a sbalzo sull'impugnatura dell'arma, «...non è il simbolo che certi assassini usano da queste parti?» Chad si limitò a rispondere affermativamente: «Sì.» Non sapeva cosa aggiungere, e d'altro lato c'era ben poco da dire, il prete stava già parlando per conto di entrambi.
«Ah! Ho indovinato! Caspita, sono bravo a indovinare queste cose! Cosa ho vinto?» L'assassino si ritrovò il volto sorridente del prete a pochi centimetri dal naso, e sussultò sulla sedia, balbettando:
«Ma... ma... niente, cazzo! Anzi, proprio un bel cazzo!» urlò come se fosse infastidito. Per tutta risposta, il parroco si rizzò in piedi, con un'espressione di accusa, e indietreggiò verso il muro:
«Ma sei... veramente cattivo e maleducato!» In uno scatto si voltò verso il crocefisso appeso al muro, e indicando Chad col dito, strillò: «Fulminalo! Appena esce di qua, se lo merita! L'hai sentito!» L'assassino pensò di essere di fronte alla persona più folle del pianeta. “Parla al crocefisso, oh Gesù!” Come facesse a stare al mondo uno così...
I suoi pensieri furono interrotti dal brontolio del suo stomaco: tra il lavoro e la fuga per salvarsi la vita, aveva saltato la cena.
«Hai fame? Vuoi mangiare un boccone?» gli domandò Robert.
«No grazie. Era solo un tuono.»
«Bugiardo! A dire le bugie si va all'inferno, non lo sai?» “Come se dovessi preoccuparmi solo delle mie bugie” rimuginò Chad. «Bene bene,» continuò Robert, «mi è rimasto ancora un piatto di pasta, te la riscaldo!»
Mai invito a cena fu più bizzarro, bisognava ammetterlo. Tuttavia, Chad sentiva il bisogno di soddisfare la sua curiosità più che di riempirsi lo stomaco, e quindi si ritrovò a interrompere spesso il prete, il quale continuava a portargli in tavola altra roba da mangiare.
«Senta padre... parla spesso al crocefisso?»
«Certamente!» rispose Robert, con sicurezza: «Non voglio mica che Gesù si senta solo!»
«Ma scusi, le sembra normale?»
«Perché, non lo è?»
«Cazzo, no!» Chad batté il pugno sul tavolo, quasi infuriato dall'espressione del prete. «Sono i pazzi che parlano agli oggetti, Cristo santo!»
«Ehi giovanotto, piano con le parole! Non nominerai invano il nome del tuo Dio!» l'indice accusatore di Robert si fermò giusto un centimetro prima del naso di Chad. Questi si calmò, e scrollando le spalle ricominciò ad attaccare gli spaghetti con la forchetta.
«Oh beh... immagino che la sua comunità si sia abituata alle stranezze...»
«A dire il vero, sono arrivato qui da poco» rispose Robert sedendosi, «ed i miei parrocchiani sono ancora un po' confusi dal cambio di sacerdote.»
«Mi sa che li capisco bene. Sarò onesto, lei» Chad lasciò cadere la forchetta nel piatto «non sembra quello che si può definire “un buon prete”»
«Ah no? E perché?»
«Gli uomini di prima avevano ragione. Pur avendo capito che razza di uomo sono, ha deciso di salvarmi, ed ha impedito a quelle persone di fare giustizia. Pur sapendo cosa sono, ha evitato che andassi a rispondere a Dio di quello che ho fatto. Congratulazioni! Ora lo guardi» Chad allungò il dito verso il crocefisso sulla parete, appeso leggermente storto e con la colorazione scrostata in più punti, «e gli vada a dire che oggi ha salvato un assassino.» Robert si alzò ed andò sotto il crocefisso, per accarezzarne un braccio. Dopo un secondo rispose:
«Non ho dubbi che avessero ragione! Però, per quel che conta, avevo ragione anche io. E Gesù può confermartelo. Diglielo anche tu, Gesù: stasera non ho forse salvato un uomo?» Robert rimase di fronte al crocefisso, sorridendo, come se realmente si aspettasse una risposta. Chad poté solo rimanere a fissarlo, mentre rimaneva impalato di fronte al suo crocefisso scolorito e rovinato. Ma porsi altre domande su quel “prete” era inutile... avrebbe solo fatto del male al suo cervello. Guardò fuori dalla finestra la pioggia che ancora batteva forte sui vetri, violenta come una scarica di proiettili. Cercò di concentrarsi sul rumore della pioggia, per pensare il meno possibile a quel sacerdote che gli aveva salvato la vita. Perché sicuramente dopo quella sera quel prete era stato risucchiato nella sua storia personale, ed in futuro gli avrebbero fatto pagare qualche peccato commesso da Chad. E anche se si diceva che Dio può perdonare anche gli assassini, Chad preferiva non provare sensi di colpa.
Già che ci sono, preview di BloodyMoon Pilot Arc, pagina 8!
Ho aperto un blogghino di fics e originals privato dal momento che sinceramente non mi va molto di lasciare pubbliche delle cose yaoi o comunque di quel genere (le legge anche gente che non mi va che le legga, dehe). Ho già invitato i soliti noti, comunque se qualcun altro volesse accedere basta che ne faccia richiesta. Lo scrittume innocuo nonché finito (ergo pochissssssima roba XD) verrà pubblicato anche qui (sotto il tag scrittume). Di là invece ci sarà robaccia manonman, non finita, e schifezze similari. Yeeeh!
Sì lo so che Dante va di moda ultimamente e lo so che sono settimane che non scrivo un post che sia un post, nel senso di post decente e che dica effettivamente qualcosa e con qualcosa non intendo ehi, ho finito questa illustrazione, potete andare su deviantArt e farmi tutti i complimenti che volete (comunque potete farlo lo stesso eh). D'altro canto non sta succedendo niente nella mia vita nonostante siano diverse mattine che l'omino delle previsioni astrologiche mi assicuri che entro sera (ogni mattina, entro sera, ogni giorno, tutti i giorni da almeno una settimana a questa parte) mi succederà qualcosa di sconvolgente sul piano amoroso e/o lavorativo, per cui mi sento in diritto di starmene qui ad aspettare che il mio futuro ricchissimo marito (che assassinerò sul talamo la prima notte di nozze) sfondi il tetto e mi piombi in camera (che, ricordo, è una mansarda); o, in alternativa, il direttore di Tokyopop atterrato direttamente su casa mia per propormi il migliore contratto che io possa desiderare, a tempo indeterminato. E così fondamentalmente tra una pallina natalizia e un'accoppiata rigorosamente etero, vedo cose alla TV e amor ch'a nullo amato amar perdona e caddi come corpo morto cade e gente che si alza in piedi e applaude. Bravoooo, bravooooo. Nel frattempo il libro più venduto è Twilight di Stephenie Meyer e quello sì che trovi sicuramente qualcuno in grado di ripetertelo a memoria (ironica, ragazzi, davvero, ero ironica in quel post, dio cristo, ma vi pare?). Si applaude alla notevole memoria della persona sul palco, non so se mi spiego, non si applaude alla favolosa capacità poetica dell'altra persona, che d'altro canto è già morta tipo sei secoli fa e non credo gliene freghi poi più di tanto, in effetti. Alla Meyer devo mandare un mazzo di fiori comunque (o una forma di parmigiano?) perché grazie a lei ho ricominciato a scrivere e io gliene sono grata dal profondo del mio cuore. Oro topazio miele e caramello su di te, Meyer, in abbondanza e in eterno. Tu hai scomodato la Bibbia e il Bardo (Romeo e Giulietta! Romeo e Giulietta!!!) e io per non essere da meno ho scomodato Valerio Catullo. Bwahahahaha. Sono più chic. Il prossimo passo sarà dare una ripassatina ai Sepolcri, e chissà che non mi prendano a recitarli a memoria da qualche parte, poi vado sulla rai e faccio il 30% di share come minimo. Dopo Dante, lancio Foscolo. Un po' per uno, e tu onore di pianti Ettore avrai finché sia santo e lagrimato il sangue per la patria versato, e bla bla bla, e bla bla bla, e bla bla bla.
Sì, allora, premessa. Inauguro un tag nuovo fiammante per questo post, ma che in realtà avevo in mente fin da quando mi sono (ri)trasferita su splinder: scrittume!*_* Ovvero il cestino cartaceo della sottoscritta. Ogni tanto (molto, molto, MOLTO tanto) è possibile che da ora in avanti vi sbatta nel blog qualche mio scribacchiamento. Se volete sorbitevelo, altrimenti (subirete la mia ira funesta) non fa niente. Continuo ad essere convinta di non essere portata per la scrittura, ma questi sono solo dettagli.
Siccome come già sapete 300 non mi è piaciuto neanche un po', ma proprio niente niente, la prima drabble è dedicata a questo film. Ora. Tenete presente che l'ho visionato una sola volta, nel lontano marzo di quest'anno, ergo la fic non può e non vuole riprendere esattamente passo passo ogni frase detta e ogni gesto compiuto. E poi non è che una roba venuta fuori a cazzo, per via della sfida in ballo tra me e altre duecomari e da qualche minuto anche con un jedi passato di qui per caso. Il lessico ricalca volutamente il fumetto originale di quel brav'uomo di Frank Miller. Fine premessa. Inizio fic.
Drabble Challenge: Confrontation
Siamo qui. In questo stretto budello, in questo minuscolo atomo d'universo dimenticato dagli dei, che oggi, solo per oggi diventa l'ombelico del mondo. Qui dove tutto si decide. Già in posizione, pronti, i sensi allertati ma il respiro calmo, modulato, di chi si prepara a qualcosa per cui deve dare tutto se stesso ma che conosce a memoria quanto le linee sul proprio palmo. Come l'atleta il momento prima del via. Siamo qui. Attendiamo, perfettamente allineati mentre la terra inizia a tremare. Scudo a scudo, spalla a spalla, e dietro altri scudi e dietro ancora altri scudi. Non siamo più uomini, siamo la macchina per la quale siamo nati, precisa, metodica, in serafica attesa di fare il suo lavoro. La terra trema, i sassolini più piccoli ai nostri piedi iniziano a ballare ad un ritmo spasmodico, disordinato. Immobili come statue sull'Acropoli, attendiamo dentro questo angusto spazio pressato tra i fianchi scoscesi due alte montagne, dove il numero non conta niente.
Prima le grida, solo le grida. All'inizio non è che una enorme nuvola bruna che s'avvicina, di quelle che si vedono arrivare da nord poco prima della tempesta, poi nella fitta cortina di sabbia e polvere iniziano a distinguersi forme umane. Caricano. Tutti assieme, urlando, le lame ricurve alzate e brandite sopra il capo, sventolate come bandiere. Sciocchi, inutili, bestie che si precipitano al macello di loro propria volontà strillando come maiali ancor prima di venire sgozzati. Le narici si dilatano. Fiutano il sangue senza ch'esso sia stato ancora sparso. L'odore di sangue è nell'aria, come un presagio: oggi non morirà nessuno Spartano.
Arrivano. La terra trema, le urla di migliaia di uomini squarciano l'aria livida come strida di gabbiani. Siamo qui. Arrivano.
«Non date loro niente» grido, sovrasto il rimbombo sulle rocce. «Ma prendete da loro tutto quanto!»
L'impatto è squassante, schiaccia la prima fila che schiaccia la seconda che schiaccia la terza che schiaccia la quarta. Indietreggiamo tutti insieme di vari metri, come un'enorme molla, i piedi affondano nel terreno, gli scudi contro il petto. Una monumentale onda marina che sbatte sulla costa rocciosa, né più né meno. Perfino il suono è lo stesso, e rieccheggia più e più volte nello stretto, ripetuto da Echo come una parodia ossessiva, sinistra. Ora tentano di sfruttare quello che a loro sembra un innegabile vantaggio; avanzando provano a costringerci ad indietreggiare ancora, sciocchi, inutili, bestie confuse che non hanno un'idea precisa di dove vogliono andare a parare. Sembra quasi di sentire la loro stupida sorpresa vibrare nel metallo quando si accorgono che non riescono a mandarci ancora più indietro. Urlano, spingono, ma non sfondano. Urlano, spingono, ma non sfondano. Pazienti, aspettiamo che abbiano finito di sfogarsi insensatamente contro il muro impenetrabile. Un momento di stallo, si ondeggia lievemente come una danzatrice che ha compiuto una giravolta troppo rapida. Si riacquista l'equilibrio, poi viene il nostro turno.
«Avanti!» urlo, e la molla si rimette in moto, tutta insieme, lenta e inesorabile, come una creatura unica perfettamente calibrata, avanzando. «Avanti!»
«Che vi prende, sottospecie di femmine?!» sento la voce di Stelios ringhiare dietro le mie spalle. «E' tutto qui quello che sapete fare? Spingete, ragazzine!»
Il suo personale modo d'incitare gli uomini è sempre piuttosto convincente. Riguadagniamo il terreno perduto, tra i muggiti esterrefatti delle migliaia di nemici accatastati contro i nostri scudi.
«Lance!» grido alla prima fila, alzando la mia sopra lo scudo. Gli altri sono già preparati, il movimento è unico, sciolto, meccanico. Improvvisamente davanti agli occhi dei persiani c'è una selva di punte alzate sulle loro teste: fanno appena in tempo a rendersene conto, che la selva è già calata trapassando i più vicini, che cadono con strilli animaleschi. Torniamo a ripararci dietro gli scudi.
«Avanti!» facciamo un passo.
«Lance!» di nuovo la selva di lame cala sugli oppositori, precisa. Di nuovo essa scompare dietro la parete di metallo. Facciamo un altro passo.
Avanziamo, ignorando gli inutili, imbelli tentativi di controffensiva che vanno a infrangersi sui nostri scudi; calpestiamo cumuli di corpi senza vita e di feriti che finiscono travolti e schiacciati dal peso di trecento uomini.
Continuiamo in questo modo per un tempo indefinibile, lunghissimo e brevissimo insieme, infine rivediamo l'uscita dal valico e la luce piena di là da essa. I nemici si sparpagliano, chi non è nelle prime file cerca di tornare indietro, di trovare scampo. Sono confusi, tentennano. Pensavano di trovarsi davanti appena tre centinaia di esseri umani e invece hanno trovato un'unica macchina infernale, un aratro di carne e bronzo che semina morte. Il puzzo di sangue e interiora esposte impregna l'aria, impregna la terra, sotto di noi, dietro di noi.
Sono in rotta. Altri nemici arrivano correndo dalle navi lontane, ma sono sparsi, isolati, caricano ognuno a proprio modo. Giunti all'imboccatura, anche noi sciogliamo le fila: per combattere contro questi cani randagi la falange non occorre. Fuori la spada, riverbero nel sole. Mi attaccano in due: non riescono nemmeno a sfiorarmi prima che li sventri con un solo movimento circolare, un passo programmato da tempo. Altri mi puntano, vado loro incontro quasi di corsa. Uno di loro tenta di attaccarmi dall'alto saltando, non è abbastanza rapido, lo atterro sfondandolo con lo scudo e quasi contemporaneamente mi libero di un altro aprendogli la gola con un movimento fluido e rapido come una scudisciata. Si ostinano a tenere alte le spade sopra la testa, sventolandole e urlando. Sciocchi, inutili, bestie.
Attorno a me i miei uomini fanno il mio stesso lavoro, non sembrano nemmeno doversi impegnare particolarmente, pare che falcino spighe di grano. Non solo non c'è un mantello rosso a terra, ma nemmeno una goccia di sangue spartano. Atterriti, gementi, circondati, i nemici si ammassano gli uni contro gli altri indietreggiando verso la scogliera. Vedono elmi, scudi, spade e ad essi appaiono loro come mostri inarrestabili, assetati, disumani; strillano come bimbe, si scavalcano, tentano inutilmente di nascondersi dietro le spalle dei compagni, cadono puntualmente e invariabilmente sotto i nostri colpi. Non abbiamo più molto da fare, sono spaventati, sparpagliati, inermi; ancora poco e non tenteranno nemmeno più di difendersi. Dobbiamo semplicemente avanzare, e loro indietreggiano. Uno o due di quelli più indietro vengono spinti dalle spalle dei compagni d'armi e precipitano urlando nel vuoto, sfracellandosi sulle rocce. Presto altri li seguono. La scelta è tra venire infilzati dalle nostre spade e lance, o dagli scogli: inspiegabilmente, la maggior parte sceglie questa seconda opzione. Ma, dopotutto, ognuno è libero di morire come vuole.